Ai 3 baniani

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La casa e’ piena di bambini, piccole creaturine un “po’ colorate”, come diceva mio figlio quando era bambino ed abitavamo in Africa, corrono, saltano, ma puliscono, apparecchiano, spazzano… Scopriro’ che sono ospiti di Rosemarie e del nero marito come famiglia d’accoglienza, loro hanno una sola figlia, i bambini in difficolta’ servono come mano d’opera per la pensione, anche se bisogna sempre gridare, stare loro addosso, chissà se li picchiano o se mangiano sufficientemente… Visto il carattere della proprietaria, scorbutica anche con chi paga qualche dubbio viene, e’ naturale!
La scorsa notte all’alba, qualcuno ha bussato con insistenza alla mia porta, mai aprire, e’ la regola, ed ho pazientemente aspettato che se ne andassero, contenta di aver chiuso le finestre per limitare il nugolo di zanzare nella mia case, e sentivo gli effluvi della cannabis entrare dalle fessure della porta.
“Non bisogna viaggiare da sole” mi hanno detto le due ragazze di Pondimie’, ma stai a vedere che adesso e’ colpa mia, ma gentilmente, l’ultima sera mi hanno accolto nella loro camera. Sara’ la mia notte migliore all’isola dei Pini, grazie anche ad uno zampirone che ha ben fatto la sua funzione.

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Ballando il “pilu pilu”
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La case
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Totem

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Fieri di essere Kanak

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Kanak, Caldoche, Zoreille… Ecco i nomi degli abitanti della Nuova Caledonia, o meglio, i soprannomi non troppo gentili: escluso il primo, di cui l’etnia va fiera e rivendica l’indipendenza dalla Francia, gli altri due sono dispregiativi, come quello attribuito a noi italiani: Les Erital, una sorta di campagnoli che arrivano con la valigia di cartone piena di salame e formaggio! Ho scoperto casualmente che il termine Caldoche fosse dispregiativo, la mia guida ed anche Wikipedia recitano che la Caledonia e’ abitata da Kanak e Caldoche, non potevo immaginare fosse un antipatico nomignolo affibbiato ai ricchi coloni che si aggirano su grossi pick up, proprietari di terre immense. “Allora voi siete Caldoche” ho detto alle due sorelle quando le ho conosciute, “No, no, non si dice così!” E fortunatamente hanno capito le mia buona fede e non si sono offese, poteva facilmente crearsi un incidente diplomatico!
Il termine Zoreille ha svariate spiegazioni, quella che mi piace di più e’ che il caldo fa arrossire le orecchie dei nuovi arrivati dal “metropole”, dalla Francia ed ecco, dalla parole “oreille” leggermente storpiata questo nome. Meglio questa spiegazione che quella sanguinaria che ricorda le orecchie tagliate per punizione a schiavi e servitori disobbedienti. In Polinesia, invece, i bianchi sono chiamati “Popa’a” traduzione bruciati, sempre per l’effetto del caldo sole sulle candide pelli nordiche. Ma io no, non sono Popa’a, il colore della mia pelle e’ gradevolmente ambrato, grazie ai cromosomi della mia nonna sarda e non voglio, non mi piace essere chiamata così. Non so se sia presunzione, ma in Polinesia mi sento al mio posto, a casa mia ed ho fatto ridere le anziane donne delle isole australi quando ho affermato questa mia realtà. L’hanno accettata, non sentivo più questa parola quando passavo, ma un “taliano” leggermente storpiato, sono “taliana”, come ci chiamava anche l’uomo corallo di Tikeau, ridendo felice.
In questo paese multietnico sono presenti i “bico”, agnello, gli arabi, la maggior parte algerini qui deportati come prigionieri, la più parte residenti ancora oggi nella regione di Bourraille a Nessadiuc, localita’ con terre fertili che montano fino al passo appunto detto degli arabi.
L’ultimo soprannome e’ per la razza indonesiana, in Caledonia venivano chiamati “Gnauli”, come gli alberi dai fiori odorosi di dolce nettare mieloso, largamente presenti nel loro paese.
Mi sento sempre di più cittadina del mondo!

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Costa est

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Acquasantiera…
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Vetrate colorate!

Entriamo un momento nella Chiesa di Koumac prima di riprendere la strada, Chiesa che ha visto tutti i passaggi religiosi nella vita dei miei giovani amici, dal loro matrimonio al battesimo e comunione del loro unico figlio; noto le belle vetrate colorate e le particolari sculture locali.
Dopo il corno di Koumac, una pietra dalla strana forma pista sopra una collina passiamo il passo di Ouegoa ed il valico di Amos arriviamo agilmente alla costa est, nel suo punto carrabile più a nord.
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Il corno di Koumac

La differenza salta subito all’occhio, questa zona e’ meno sviluppata, la strada e’ poco più di una corsia, i ponticelli che permettono di scavallare i piccoli corsi d’acqua sono minuscoli ed a destra e sinistra natura, una natura lussureggiante. Ci fermiamo sotto l’albero, un baniano, dove e’ stata celebrata la prima messa e dove il vescovo e’ stato in seguito assassinato, anche sull’isoletta di sabbia di fronte un piccolo monumento ricorda un’altro tragico episodio, metto i piedi nell’acqua del mare per fare la foto, e’ deliziosamente calda: ecco un altro angolo di paradiso che può diventare facilmente un inferno.
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Il baniano sotto il quale e’ stata celebrata la prima Messa in Nuova Caledonia; peccato il Vescovo sia stato in seguito assassinato proprio qui.

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Monumento su un isola

Passiamo per Oubatche, la nonna di Yvette era originaria di qui, data in sposa al nonno, colono francese chiamato in Nuova Caledonia per valorizzare il paese piantando caffe’ ed allevando bestiame; il capo della tribù di allora gli aveva affidato come sposa la sorella della propria moglie.
Un bagno nell’acqua della cascata di Tao, la nipote nuota in una pozza di acqua dolce profonda, fa il bagno vestita come le donne indigene di qui, siamo lontani dalla Polinesia e dalla spregiudicatezza, le donne Kanak sono sempre coperte, grandi camicioni a maniche lunghe nonostante il caldo, quasi vogliano nascondersi dalla violenza dei loro uomini.
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Nipotina nella pozza

Resto a guardia di Jean che cammina con difficolta’ e si e’ stancato molto, ha anche dimenticato a casa il suo bastone e cammina appoggiato al mio braccio: “In marina mi dicevano che le donne più gentili erano le italiane, poi le spagnole e quindi le francesi.” E’ tutto contento che qualcuno si occupi di lui!
Yvette non resiste alla tentazione ed entra nel piccolo bacino, entrare e’ facile, ma per uscire! Dovrà rotolarsi sulle rocce ed a fatica tirandosi e spingendosi arriverà ad uscire faticosamente dall’acqua: “Ehi, la signora della tribù di Oubatche non riesce ad uscire dalla pozza, bisogna tirarla fuori!” Avrei chiesto aiuto ad un gruppo di uomini intenti a fumare all’ingresso del viottolo per la cascata, davanti ai quali era passata fiera: “Ho qualcosa da dirvi, io sono la nipote di Pama, della tribù di Oubatche!” Legame molto importante: essere imparentati con un capo tribù, può aprire molte strade qui in Nuova Caledonia, dove l’appartenenza ad un gruppo fornisce l’immunità e puo’ permettere, anche ad un italiana come me, di entrare ed uscire dalle proprietà indigene senza problemi. “Rispetto signora!” La risposta dell’uomo che si e’ immediatamente alzato ed ha abbassato gli occhi davanti all’importante madame. “Yvette, immagina se dovevano tirarti fuori dall’acqua!” Tutta affannata e grondante… E ridiamo allegramente della situazione imbarazzante nella quale si sarebbe potuta trovare!
Passiamo da una riva all’altra di Ouaeme traghettando l’auto con una zattera a corda mono posto in funzione giorno e notte: “Attenzione a non cadere con l’auto nell’acqua” Si preoccupa Jean, in effetti dietro ad una curva spunta il corso d’acqua ma niente ponte!

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Il traghetto a corda
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Il conduttore del traghetto

Arriviamo a Hiengen, la giovane nipote non ha mai visto la roccia a forma di pollo, una piccola sosta per ammirare la particolare baia che ricorda le Pee Pee Island della Tailandia e continuiamo verso sud.

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Il pollo di Hiengien
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Che trio!

Di tanto in tanto un uccello ci attraversa la strada: e’ il Ral, un polletto scuro che abbassa il collo e corre veloce per non farsi investire, anche lui e’ endemico e particolare come tutto qui nella Grande Terra. A Pondimie’ faccio l’errore di non fermarmi per cercare un albergo, e’ ancora presto e posso guidare, solo ho sottovalutato un aspetto importante di questo paese: estese zone sono pericolose e questo fa si che non ci siano ne’ alberghi ne’ ristoranti… I bianchi non sono ben accetti, siamo in pieno territorio Kanaky! Anche se con noi sono tutti particolarmente gentili, sarà per la composizione del nostro gruppo, sarà per i miei sorrisi, di solito tutti ci accolgono con estrema gentilezza. Grazie a questo mio errore prima di arrivare sulla costa, dietro ad una curva il panorama si apre sull’orizzonte e le montagne sono circondate di nuvole rosa: uno spettacolo indimenticabile!

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Dormiamo a Bourail, famosa per i suoi allevamenti e per la spiaggia della roccia bucata con il Buon Uomo che le troneggia davanti, dove avevo già passato qualche giorno con un’amica, ma e’ un altro luogo con il sole e con una simpatica diversa compagnia.
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La spiaggia della roccia bucata con il buon uomo

E’ incredibile come le persone sulle quali si conta o quelle che per noi contino a volte ci sorprendano, come la mia amica Anne amica dai lontani tempi dell’Africa che mi ha riservato una pessima accoglienza a Noumea, disapprovando nel profondo questo mio viaggio: “Fra qualche anno ti chiederai cosa sei venuta a fare qui tutti questi mesi per vivere da boemienne,” invece ora che sono alla fine di questo tempo posso dire che la soddisfazione e’ tanta, gli insegnamenti ancora maggiori e conto partire e partire e partire ancora. Ho scoperto una nuova dimensione, la mia dimensione, con un piccolo bagaglio di 10 kg in giro per le isole e nei 10 kg sono compresi un sacco lenzuolo, un asciugamano, il poncho impermeabile e le mie carissime pinne gialle con la maschera dello stesso colore, per essere ben identificabile in acqua. Bastano 2 gonne, 1 vestito per cambiarsi la sera, 4 magliette, un costume e 2 parei, non serve nulla di più! E con le infradito-tonga-ciabatte-clic clac come si chiamano nei diversi paesi che ho attraversato si e’ sempre a posto! Anche in abito da sera!
E non ho voglia di rinunciare a questa dimensione che tanto mi si confa’, libera, in giro per le isole. “Non ti ho mai sentita così felice!” Ha detto mio fratello al telefono, e’ vero, sono molto felice qui, immensamente, non lascerò lo spazio per essere risucchiata in Italia, mi tratterrò il minimo indispensabile, un veloce passaggio, giusto per sistemare un po’ le cose e ripartire verso questa nuova vita che tanto mi piace.
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Dal tavolo della prima colazione

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Fine dell’isola

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L’albero fiammeggiante, fiorisce in coincidenza con le lunghe vacanze estive (corrispondenti al nostro inverno, adesso)

I giapponesi hanno piantato pini nella strada verso Poum, ma sono stati scoraggiati dai Kanak ed hanno abbandonato il territorio, altri alberi della zona sono i ganak dal legno duro quasi quanto l’albero di ferro ed i gnauli, con i fiori che odorano di miele con il loro nome che e’ diventato il soprannome per la razza indonesiana, ma solo a Koumac.
Continuiamo la strada verso nord, attraverso la natura sempre più sorprendente, e’ terra Kanak, mi hanno sempre detto che non si può girare liberamente, bisogna chiedere permessi d’accesso ai capi tribù e che e’ pericoloso ma Yvette non teme nulla, forte della sua eta’ e della discendenza dal grande capo Kanak Amabilis guida la sua auto sicura infilandosi ovunque. E vuole essere lei alla guida: “Meglio sia io a condurvi in territorio Kanak” e procediamo interessati e fiduciosi. Giriamo per Poum, cerchiamo i luoghi conosciuti, passiamo dove vivevano gli Ao, i cinesi arrivati come carpentieri della marina, passiamo per il piccolo molo da dove partono le barche per Belep, l’isola dei lebbrosi, e puntiamo a nord, a nord fino alla fine della Grande Terra. Oltrepassiamo il tratto indicato su google map come carrabile e continuiamo su una pista immersi nella natura una natura meravigliosamente bella e selvaggia.

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Dove siamo arrivati.
Siamo alla fine dell’isola, alla punta nord estrema! Un totem indica il punto dal quale parte il sentiero, qualche capanna di pescatori qua e la’ lungo la bella costa…

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Totem

Mi spingo da sola per fare una foto ed al gruppo che incontro dico con un sorriso: “Siete voi che abitate in questo paradiso?” I Kanak ridono e mi rispondono: “Siete arrivata alla fine del mondo!” Certo, più lontano non potevo certo arrivare, in questa lontana Nuova Caledonia in questa punta estrema! Anche i miei amici sono sorpresi di questa gita che capita giusta giusta per i loro 60 anni di matrimonio,
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Giovane coppia in gita alla fune dell’isola.

la strada non esisteva ai loro tempi, ci si spostava a cavallo nella foresta, la strada di Koumac era un sentiero circondato da erba alta dove le donne Kanak si sdraiavano per non farsi vedere quando passava qualche bianco: “Dagai” si avvertivano, un bianco, “Loro ti vedono anche se tu non vedi nessuno” mi dice Yvette, sono gli occhi silenziosi della foresta, e poco dopo due grandi uomini spuntano per vedere cosa siamo venuti a fare nel loro territorio estremo.

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Due abitanti della fine dell’isola

Abbiamo rotto tutte le regole, fatto tutto quello che mi hanno sempre detto fosse impossibile fare, ma nulla, nessuno e’ stato poco gentile, nessun problema ne’ per noi ne’ per la vettura, sarà forse il modo di porsi gentile con un sorriso? “Hai conquistato anche i Kanak,” mi dice Yvette, ed e’ un po’ vero, ultimamente il mio successo personale e’ abbastanza alto e mi permette di avvicinarmi, conoscere, capire.

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La punta estrema a nord della Nuova Caledonia, in primo piano legno fossile.


Dal 16esimo al 26esimo minuto si può ascoltare la mia voce che parla della Nuova Caledonia!

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Giro

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E partiamo tutti felici ed eccitati, chi per un motivo chi per un altro: io per fare il giro con delle ottime guide, la giovane coppia (80/88) che mi ospita, due veri caledoniani del Pacifico, in una comoda auto e non in autobus come avrei fatto da sola; i miei amici non vedono l’ora di ritovare i luoghi dove hanno passato la maggior parte della vita e rivedere i pochi amici viventi, la nipotina quattordicenne e’ felice di visitare il suo paese con quei nonni che tanto ama.
La strada e’ lunga, puntiamo su Koumac, nel grande nord, passiamo per Bourraille, che ho gia’ visitato nella precedente permanenza, gettiamo un occhio sul “pigeonier” a Poinbout costruito per i militari, oggi biblioteca, attraversiamo i fiumi la bianca e la rossa, in questo momento corsi d’acqua poco abbondanti, vediamo da lontano la grande fabbrica del nord in costruzione, dove l’altro nipote lavora come cuoco, passiamo per Kone e poco dopo la montagna Kobe ci accoglie: siamo quasi arrivati!

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Il “pigeonier” di Poinbout

Durante tutto il viaggio una natura magnificamente lussureggiante ci ha accompagnati; la Nuova Caledonia deve il nome a questo suo aspetto naturale, non e’ come le altre isole del Pacifico, e’ molto simile alla Scozia, e la Caledonia e’ appunto una regione scozzese. Recita Wikipedia: “La Caledonia è il nome latino dato dai Romani alla terra posta a nord della provincia romana della Britannia, tradizionalmente delimitata a sud dai fiumi Forth e Clyde e corrispondente in gran parte all’odierna Scozia.”
Sono paesaggi aperti, grandi orizzonti, nessuna costruzione, molto diverso da quello a cui siamo abituati! E mucche che ti guardano passare ovunque! Il “bestiame” come lo si chiama qui.
Il nostro arrivo all’hotel Il Grande Cervo e’ deludente: qui Yvette ha festeggiato con un grande pranzo il suo matrimonio, 60 anni fa ed ha vissuto in un bungalow per i 6 mesi della difficile gravidanza del suo unico figlio per essere tranquilla senza nessuna occupazione e preoccupazione; oggi non troviamo un bel bungalow in paglia come avevamo immaginato, ma una soffocante struttura in calcestruzzo abbastanza degradato: “Tutto va in malora qui.” dice l’amico Sylvian, un altro ottuagenario che troviamo al nostro arrivo arrampicato su di un albero, nonostante l’eta’, e ci viene incontro circondato da un nugolo di zanzare portate dalle fronde. L’unica che non le sopporta sono io, il mio corpo inizia ad esserne allergico e mi copro di grandi bubboni ad ogni attacco. Penso ad un caro vecchietto del mio palazzo a Roma mancato a 99 anni con il rimpianto di non essere arrivato a cifra tonda, caduto da un ramo mentre potava a 92 anni… Un caro vecchietto manieroso che quando mi incontrava dopo una bella scappellata mi faceva il baciamano e con un sorriso malizioso continuava a baciarmi su per il braccio… E i suoi regali erano insalata ed uova fresche di giornata!
Generazioni fantastiche!
Yvette e’ piena di energie, non solo guida sempre lei per i 460 chilometri del viaggio, una volta arrivati iniziamo a girare alla ricerca dei luoghi della sua vita: “Da qui fino al mare era la mia proprietà” ed il mare non e’ che una striscia azzurra lontana, proprietà dove venivano allevate le mucche, tanto che ancora oggi e’ capace di fare di tutto, anche caricare le cartucce, come faceva per il padre all’eta’ di 8 anni, o per il marito, mettendo strisce di carta igienica per far sparare stelle filanti a salve, scherzosamente. La mia amica Laura cuciva il fondo dei pantaloni del pigiama del marito che quando arrivava a letto tardi dopo una serata di lavoro non riusciva a capire perché non si infilavano… Piccoli scherzi che tengono viva e vivace la vita di coppia!

Durante tutto il viaggio una natura magnificamente lussureggiante ci ha accompagnati; la Nuova Caledonia deve il nome a questo suo aspetto naturale, non e’ come le altre isole del Pacifico, e’ molto simile alla Scozia, e la Caledonia e’ appunto una regione scozzese. Sono paesaggi aperti, grandi orizzonti, nessuna costruzione, molto diverso da quello a cui siamo abituati! E mucche che ti guardano passare ovunque! Il “bestiame” come lo si chiama qui.
Il nostro arrivo all’hotel Il Grande Cervo e’ deludente: qui Yvette ha festeggiato con un grande pranzo il suo matrimonio, 60 anni fa ed ha vissuto in un bungalow per i 6 mesi della difficile gravidanza del suo unico figlio per essere tranquilla senza nessuna occupazione e preoccupazione; oggi non troviamo un bel bungalow in paglia come avevamo immaginato, ma una soffocante struttura in calcestruzzo abbastanza degradato: “Tutto va in malora qui.” dice l’amico Sylvian, un altro ottuagenario che troviamo al nostro arrivo arrampicato su di un albero, nonostante l’eta’, e ci viene incontro circondato da un nugolo di zanzare portate dalle fronde. L’unica che non le sopporta sono io, il mio corpo inizia ad esserne allergico e mi copro di grandi bubboni ad ogni attacco. Penso ad un caro vecchietto del mio palazzo a Roma mancato a 99 anni con il rimpianto di non essere arrivato a cifra tonda, caduto da un ramo mentre potava a 92 anni… Un caro vecchietto manieroso che quando mi incontrava dopo una bella scappellata mi faceva il baciamano e con un sorriso malizioso continuava a baciarmi su per il braccio… E i suoi regali erano insalata ed uova fresche di giornata!
Generazioni fantastiche!
Yvette e’ piena di energie, non solo guida sempre lei per i 460 chilometri del viaggio, una volta arrivati iniziamo a girare alla ricerca dei luoghi della sua vita: “Da qui fino al mare era la mia proprietà” ed il mare non e’ che una striscia azzurra lontana, proprietà dove venivano allevate le mucche, tanto che ancora oggi e’ capace di fare di tutto, anche caricare le cartucce, come faceva per il padre all’eta’ di 8 anni, o per il marito, mettendo strisce di carta igienica per far sparare stelle filanti a salve, scherzosamente. La mia amica Laura cuciva il fondo dei pantaloni del pigiama del marito che quando arrivava a letto tardi dopo una serata di lavoro non riusciva a capire perché non si infilavano… Piccoli scherzi che tengono viva e vivace la vita di coppia!
Passiamo da un’altra amica d’infanzia, ha il giardino piene di grosse palme che vende: “Vogliamo comperare delle piante, madame” urla Yvette e l’amica risponde senza uscire: “Non e’ più l’ora, madame.” la sua testa fa capolino incuriosita da quella voce che ben conosce, e sono baci ed abbracci, ci sediamo ed iniziano i ricordi: “Mio padre era sposato con un’italiana, non aveva più le regole e pensava di essere incinta, invece la poveretta era malata, aveva la tubercolosi, e’ morta a poco più di 20 anni.” Ma guarda, anche mio padre ha perso una fidanzata a causa di questa malattia e, molto romanticamente, le ha portato i fiori sulla romba fino alla fine della sua vita. “Yvette, allora hai rischiato di essere italiana!” Le dico scherzando, e passiamo a salutare un altra famiglia con queste origini dove ci riempiono il cofano di manghi: il signor Serruti, ma pronunciamolo all’italiana, Cerruti, che suona meglio!

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Messieur Cerruti con Yvette Bedford
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Messieur Bedford con madame Cerruti

Le storie delle famiglie si intrecciano, la vecchia casa di Yvette, purtroppo semi in rovina ed attualmente occupata dagli squatters e’ di proprietà di un ragazzo che l’ha avuta dal padre, padre che credeva di essere sterile visto che con la vecchia moglie non era arrivato a nulla, invece con quella giovane… Giovane e determinata, che aveva preteso l’analisi del DNA per tacitare le male lingue e dimostrare che era proprio il suo, il figlio di quell’uomo. Yvette ha venduto le sue terre pezzo dopo pezzo quando la vita l’ha allontanata dai luoghi della sua giovinezza, il bel marito alto e rosso di capelli ha lavorato come meteorologo per la marina francese e lo ha sempre seguito nella carriera, lasciandosi allegramente il passato alle spalle. Oggi e’ proprietaria a Noumea in pieno centro di una palazzina a tre piani con 6 appartamenti che affitta, proprio dove sono capitata casualmente in co-location; abbiamo simpatizzato ed alla mia proposta di affittarmi una stanza nella sua grande villa ai piedi della palazzina, mi ha risposto che non affitta stanze ma che “Sara’ un piacere averti con noi!” Ed il piacere e’ reciproco, anche s’e mi sono fatta aspettare 5 lunghi mesi, trattenuta dalla magia della Polinesia, da quando sono arrivata sono bei momenti, loro raccontano ed io faccio tesoro, ascolto con attenzione e ringrazio di aver conosciuto chi e’ così ricco di fatti ed aneddoti sul paese. E non senza timore per la loro eta’ siamo partiti per questo lungo viaggio.

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La nipote raccoglie le “grisettes” mitili simili alle nostre vongole.

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Le grisettes
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E queste sono le toli, si mangiano!

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Noumea

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Il ritorno in Nuova Caledonia non e’ stato male, all’aeroporto ho ritrovato il vecchio brontolone della Croce Rossa, ci siamo dati tante pacche sulle spalle, dopo un lungo abbraccio felice. Dovevamo andare al cinema ma l’ennesima giovane signora bisognosa lo ha bloccato, speriamo almeno si diverta! 😉
La giovane coppia presso la quale alloggio (80/88) e’ tutta eccitata dalla mia presenza e si stanno dando alla pazza gioia: mi hanno accolta con aragosta a volontà, poi cinema, gelato, spaghettata, cosa chiedere di più?
Ho pensato che quando tornerò nel Pacifico, un piccolo passaggio in Nuova Caledonia per salutarli potrebbe essere simpatico.
Dopo 6 mesi di Polinesia Noumea mi sembra diversa, filtrata dalle nuove esperienze fatte in viaggio, la vedo come attraverso lenti colorate… E’ una Montecarlo del Pacifico, certo, se si vuole lavorare questo e’ il posto giusto, pieno di attività e denaro che circola, ma senza il calore accogliente della Polinesia.
E grazie al sole che oggi ha abbronzato le mia pelle, tutto e’ più bello ed allegro, ed ho potuto lungamente nuotare nella Baia dei Citrons, la baia dei Limoni, una gradevole spiaggia cittadina, raggiungibile facilmente a piedi.

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Aspetto

Mi aspettano in Nuova Caledonia, mi aspettano in Italia, e’ bello, fa piacere, ma e’ anche opprimente sapere che c’e’ chi vive la sua vita attraverso di me, chi ha bisogno di vedermi, di parlarmi, di raccontarmi le sue pene, chi si aspetta qualcosa da me..
Mi piace essere attesa quando so di non andare, lasciare quel sottile senso di attesa nell’aria, e sapere che non ci sarò, no, non lo faro’ non sarò all’altezza delle aspettative, si’ questo si’ che mi piace!
Ho avuto una vita piena di responsabilità, voglio finirla danzando con leggerezza, proprio come ha scritto il poeta!

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